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Covid: la variante Delta è diventata dominante. E si apre il dibattito sulla terza dose di vaccino

Scritto da il 30 Luglio 2021

La variante Delta del virus SarsCoV2, più trasmissibile dal 40 al 60% e per questo molto più temibile, ha ufficialmente superato e sostituito la Alfa nel nostro Paese, con un tasso di diffusione che ha ormai raggiunto il 94,8% sul territorio.

La mutazione Beta (“sudafricana”), maggiormente caratterizzata da una parziale immuno-evasione e dunque resistenza ai vaccini, fa invece segnare un aumento sia pure lieve.

Un quadro che rilancia la discussione in merito all’opportunità di una terza dose di vaccino. Un tema sul quale gli scienziati si dividono ma una decisione, annuncia il direttore della Prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza, sarà presa entro un mese.

Questo perchè la vaccinazione resta l’arma fondamentale contro le varianti.

La Delta, dunque, per la prima volta ha superato la variante Alfa, la cui diffusione si attesta al 3,2%, mentre la variante Gamma (P.1, ‘brasiliana’) è diminuita drasticamente in tutto il Paese.

Il dato arriva dalla nuova indagine rapida condotta dall’Iss e dal Ministero della Salute, riferita al 20 luglio. Una situazione, rileva il presidente Iss Silvio Brusaferro, che va monitorata con grande attenzione e rispetto alla quale è “fondamentale continuare il tracciamento sistematico dei casi e completare velocemente il ciclo vaccinale, dal momento che questo garantisce la migliore protezione”.

Ciò anche alla luce del nuovo allarme lanciato dal Centro per il controllo delle malattie Cdc statunitense: la Delta causa una infezione più grave delle varianti precedenti e si diffonde facilmente come la varicella.

La situazione è seria, ha ammonito Rochelle Walensky, direttore Cdc, ricordando che ogni individuo infetto con la Delta contagia a sua volta in media altre 5-9 persone. Su questo punto, già sottolineato dall’immunologo Anthony Fauci, Brusaferro ha tuttavia precisato che “sappiamo come la vaccinazione con ciclo completo riduca dell’88% il rischio di infezione e oltre il 95% l’ospedalizzazione. Se i vaccinati contraggono l’infezione – ha ribadito – hanno sintomi lievi ma il virus si moltiplica e possono trasmetterlo come lo può trasmettere un positivo non vaccinato, come detto da Fauci. Questo però lo sappiamo, da qui l’invito a mantenere la prudenza”.

In questo contesto si inserisce il dibattito sulla eventuale terza dose di richiamo vaccinale. “Nel giro di un mese – ha spiegato Rezza – bisognerà decidere chi vaccinare e in quali tempi con la terza dose: è una decisione che va meditata bene ma probabilmente le persone più fragili e immunodepresse avranno una terza dose ma non abbiamo ancora deciso quando.

Sulla terza dose c’è indecisione perchè non ci sono ancora evidenze forti per poter dire che la faremo a tutti piuttosto che ad alcuni”. Probabilmente, ha aggiunto, “gli immunodepressi potranno essere rivaccinati con un richiamo. Per quanto riguarda gli altri soggetti fragili e gli operatori sanitari c’è una discussione, ma ancora non si è arrivati a una decisione”.

Rezza ha inoltre precisato che “non si sa ancora se, nel caso di terza dose, sarà necessario effettuarla con un vaccino adattato alle varianti”. Intanto altri Paese, come Israele e Gran Bretagna, hanno già optato per la terza dose, ma gli scienziati sono divisi.

Cauto il microbiologo Andrea Crisanti, che invita a non improvvisare sottolineando che Israele “ha iniziato a somministrarla e tra un mese e mezzo avremo abbastanza dati per capirne l’impatto”. Per il virologo Fabrizio Pregliasco, la terza dose andrebbe fatta prima ai soggetti fragili “in una strategia simile a quella della vaccinazione antinfluenzale”.

Contrario invece l’infettivologo Massimo Galli: “A parlare molto di terza dose è soprattutto la casa farmaceutica che produce il vaccino ma lo fa sulla base di un numero di dati limitato”. Netto il sottosegretario alla Salute Andrea Costa: “Aspettiamo indicazioni scientifiche precise, ma siamo assolutamente preparati per affrontare anche la terza dose”.


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